C'era una volta mio fratello

22.01.2015 02:59

Talvolta siamo talmente emotivamente rapiti dall'ultimo episodio, dal quotidiano battagliare che finiamo per dare per scontate cose che in realtà non abbiamo mai del tutto accettato, ma alle quali tutt'al più abbiamo inconsciamente scelto di abituarci. Mi trovavo però stasera a riflettere su una cosa a cui di solito non penso, ma che attenzionandola per qualche secondo mi crea grande amarezza. 

E' quasi un anno ormai, che non abbiamo più alcun tipo di contatto. Sai, magari esagero ed esaspero il concetto, ma forse in 24 anni mai nessuno, inteso come ruolo e come figura, mi è mai mancato quanto te, adesso. Quando dico nessuno, dico veramente nessuno. Neanche mio padre. Neanche Lei. Ma ripeto, forse esagero avendo oramai brillantemente superato le due assenze di cui su.

Sarebbe troppo facile dirti che non sei stato un buon amico, cestinando tutto a posteriori, e per partito preso. E' una trappola in cui sarebbe facile cadere, ed io voglio provare a non farlo, sforzarmi per quanto possibile di essere lucido in questo tipo di valutazioni. 
Penso al contrario che a tratti in realtà tu sia stato anche un ottimo amico, considerando l'età, le esigenze, i periodi, la tua, ma anche la mia, direi la nostra, immaturità.

Certo mi hai deluso, e non parlo di un anno fa, quando abbiamo totalmente rotto i rapporti. Mi riferisco al mio unico vero grande momento del bisogno. Lì dovevi starmi più vicino, e non ci sei stato. Nessuno c'è stato. Ma non era facile, io me ne rendo conto. Cioè, se provo a mettermi nei tuoi panni ti capisco. Se parliamo di me e te, non parliamo certamente di due cuor di leone. Io non ti ho dato la possibilità di starmi vicino. Io fuggivo, raccontavo bugie, ero evasivo, non rispondevo mai alla prima telefonata. Facile oggi dirti che avresti potuto insistere, fare di più, ma non ti biasimo, perchè non posso sapere oggi se io al tuo posto sarei stato migliore.

Ricordo però di quanto io abbia fatto per te. Ricordo come fosse ieri, di quella notte di maggio di quasi 5 anni fa. Una telefonata nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato, ero con lei (già, anch'io avevo una ragazza mio caro...). All'epoca però al telefono rispondevo, qualsiasi cosa stessi facendo, non avevo nulla da nascondere, mi sentivo forte, mi sentivo grande, saranno stati i 18 anni, il diploma, una bella ragazza e i primi mesi di patente. Se eri tu poi, rispondevo al primo squillo. Una richiesta di aiuto, quasi in lacrime. Lo spettacolo che mi si parava davanti all'improvviso sbiadito e sfocato, le esigenze di colpo mutate, una corsa in tuo supporto. Aggressività, rivendicazione, senso di protezione: "Accompagno lei a casa, poi vieni con me. Non resti con loro, stanotte stai con me." E poi quello che è successo lo sai, ma sorvoliamo, questa storia la conoscono in troppi tra i nostri troppi amici in comune e dunque non serve finire di raccontarla. 

Fu qualcosa di simile qualche mese dopo. Ricordi che mi chiamasti stavolta inconfodibilmente in lacrime? Io te l'avevo detto che lei era un cattivo affare... e ancora lì, quel desiderio di catapultarmi da te, in tuo soccorso. Ascoltare le tue versioni, le patetiche riflessioni: "devo farla una merda, oppure meglio non farla arrabbiare?" Io lo sapevo che tu stessi delirando, che stessi sbagliando e facendoti del male ancora. Ma io non stavo lì a giudicarti, come purtroppo mesi dopo, a parti invertite, parcheggiando fuori al barè, nel momento sino a quel momento più duro (che poi diventerà ancor più duro in seguito) della mia vita, facesti tu. "Devi dirle basta, come ho fatto io!". Come hai fatto tu? Dovevo rinfrescarti la memoria? Ma certo che no. A me non interessava. Io riconobbi in quelle tue parole una richiesta d'aiuto, ed io è proprio quello che ti diedi. Soltanto un braccio al collo che potesse sostenerti, perché certi passaggi della crescita di un uomo sono fatti così e c’è un tempo per viverli e subirli e solo anni dopo un tempo per studiarli e poi capirli. Ti diedi ciò di cui avevi bisogno: sentirti “normale”, comune, uno come tanti, in quel momento della tua vita che capita per tutti ed in cui per colpa di qualcun altro ti sembra di sentirti una formica sotto uno stivale. Io non l’avevo ancora vissuto sulla mia pelle, ma potevo capirlo, perché tra noi non c’è mai stato bisogno di parlare.

Eppur mi ripeto: non sei stato un cattivo amico. Ci fu mesi dopo anche per me una notte in cui sentii la necessità di chiamarti: “Ti prego, scendi. Ti prego, ho bisogno di qualcuno”. Ed è forse proprio questo, molto egoisticamente, ciò che più mi manca. Di amici ne ho, è certo, ma di fratelli ne avevo uno-barra-due. E tu scendesti, ci provasti con qualche domanda, ma tu lo sai come sono fatto io; perché tra fratelli non c’è bisogno di parlarsi. Lo capivi che io non volevo parlarne e lo accettasti, lasciando che una volta sentitomi a mio agio fossi io a lasciarmi andare allo strazio delle parole, distrutto non tanto dal loro contenuto, ma dal fatto di doverle metabolizzare man mano che venissero fuori dalla mia bocca dandomi così la certezza di essere indiscutibilmente vere. Perché tutto è opinabile e non definito, fin quando non lo condividi con tuo fratello. 

Pur essendo fratelli però, c’è una cosa che ci ha sempre distinto. Io sfacciato, eccessivo, teatrale, iperbolico. Tu impacciato, mite, diplomatico nell’accezione più negativa del termine. Ed è per questo forse, che adesso ce l’hai con me. Ferito da un mio gesto paradossale che era volto a darti un segnale, a scuoterti, con lo stesso senso di protezione di sempre. Ma forse stavolta, la prima, sei stato più saggio di me: “Si fanno scelte nella vita” mi dicesti, e non sto qui ad augurarti che tu abbia fatto quelle giuste, perché nonostante neanche un fratello maggiore sia infallibile, questa volta è troppo chiaro, limpido e lampante che giuste non possono essere. Ma non dovevo giudicarti. Semmai dovevo aspettare, come sempre, che tu potessi capire da solo. E ad oggi, mi sembra evidente che tu ancora non l’abbia fatto. E’ solo che ero stanco di aspettare per riavere mio fratello, disposto anche a perdonarlo per non essere stato presente nel momento più importante dopo aver capito le difficoltà che uno col tuo carattere avrebbe potuto incontrare. Tu in effetti, fin quando sei esistito nella mia vita, l’hai sempre fatto. Io accendevo il fuoco e tu lo spegnevi, eravamo un po’ come il diavolo e l’acqua santa. Ma purtroppo devo dirti, che a posteri, sono stato costretto a pensare che questo tuo modo di essere abbia una definizione ben precisa: codardia.

A proposito, io lo so benissimo che quando ero fuori, tu ti sei trovato ad “imbatterti” in alcune serate, con determinate compagnie. E so anche perché non sei riuscito ad evitarlo. E so anche perché non sei riuscito a dirmelo, pur a volte tradendoti con i tuoi giri di parole, perché se io oggi scrivo un blog e vivo di comunicazione, altra differenza tra noi, tu non sei mai stato un abile comunicatore. Qual è il motivo? Lo stesso per entrambe le cose: perché sei un codardo. E so anche che leggendo il titolo di questo post nella tua home di Facebook avrai il sospetto che ti riguardi. E so anche che sei troppo codardo per cliccarci sopra e fugare ogni dubbio.

Anch’io, nella mia vita, ho peccato dello stesso difetto. Ma io ho provato a migliorarmi amico mio. Ho provato ad imparare dai calci nei denti. Nel trasformare un debito in un credito, un divorzio in un’occasione, un’insicurezza in un punto di forza, una poco di buono in una fonte di ispirazione.
E in qualcosa sto riuscendo, perché ho deciso di strapparmi il cuore e lanciarlo tra le fiamme, pur di ambire un giorno a qualcosa di diverso. Non l’ho fatto aggrappandomi a qualcun altro, non l’ho fatto usando il paracadute, o lo scivolo gonfiabile e visto che tutti mi dicevano che ti piaceva imitarmi, io ti consiglio di farlo anche e soprattutto stavolta.

Nessun rancore e fiero di tutto ciò che abbiamo condiviso. Di ogni battaglia sul campo, di ogni sigaretta, di ogni drink, di ogni notte, di ogni parola giusta o sbagliata, di ogni spuntino notturno improvvisato a casa tua, di ogni festino improvvisato a casa mia. Ti voglio bene e te ne vorrò sempre, ma tu però caccia le palle.

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