Città della fatisc(i)enza

05.03.2013 01:48

Immagino una mattina qualunque, in un qualsiasi istituto scolastico. Immagino di una docente che saluta i suoi alunni, ed accende la loro allegria con un annuncio. Immagino quelli che dimenticheranno di far firmare l'autorizzazione scritta da un genitore, ed il rappresentate di classe che non avrà le monete per dare il resto di 20 euro. "Prof, ma ci siamo già stati l'anno scorso!". Già. Quante volte un pò tutti l'abbiam detto. "Prof, ma qui si fanno sempre le stesse gite!". Sarà che al museo nazionale ci si è stati la settimana scorsa, pompei è troppo lontana, i presepi  si fanno solo a Natale, dal maschio angioino piovono impalcature, sarà pure che dell'uovo nel castello ci avrann fatto già una frittata per mettere il piatto a tavola di questi tempi, e che lo stadio San Paolo è aperto solo la domenica. Escludiamo l'ipotesi dei sotterranei, ci umiliano e ci danno fuoco ma almeno nessuno ci bombarda ancora. Cos'altro mai potrebbero farti vedere di questa Napoli?! Non riuscirei a contare le volte in cui i bellissimi capelli della più carina della classe si drizzavano nell'aria, ed effettivamente non saprei spiegarmi l'elettro-stasi se questo non fosse mai accaduto. Così come non comprenderei in che modo Archimede volesse sollevare il mondo con una leva, se non avessi ammirato il gracile secchione di turno sollevare il chiattone fancazzista (ancora sporco dei fonzies comprati a prezzo improponibile nel chioschetto all'esterno) mediante lo stesso sistema con estrema disinvoltura. Non avrei la percezione della luce nei colori, non saprei descrivere cosa avviene di preciso durante la scarica di un fulmine. Avrei dovuto accettare la gravità come un assioma, se non avessi mai potuto studiare il comportamento di alcuni piccoli oggetti nella sua totale assenza. E poi i congressi, l'orientamento per i niplomandi, le mostre a tema... chi non avrebbe detto "oddio prof, di nuovo?"
Da oggi in poi questo pericolo è scongiurato. Da oggi in poi potremo avere la certezza che i miei, i tuoi, i suoi, i nostri, i vostri, i loro figli, non potranno più lamentare ad una professoressa di esserci già stato migliaia di volte. E forse è meglio così, parliamoci chiaro, chi ha il tempo al giorno d'oggi per tornare a città della scienza. Chi ha il tempo di imparare, di osservare, di riflettere, al giorno d'oggi. Chi ha il tempo di difendere il diritto a una vivibilità migliore nella propria città, e di cosa potrò mai lamentarmi fin quando al mondo un mio "fratello", figlio della mia stessa terra, o come adesso è di nuovo in voga, della stessa terra mia, restituisce al fumo e al fuoco una zona straordinaria che dal fumo e dal fuoco ha ereditato morte, devastazione e malattia. La speranza, era questo l'unico superstite del genocidio di stampo Italsider. La speranza è un fresco filetto d'erba che germoglia sull'asfalto, è un composto non infiammabile e che non si può bruciare, seppur ieri sera abbia subito delle ustioni atroci. La speranza è uno smile disegnato su di un manifesto funerario, ed è il carburante ecologico di coloro i quali si svegliano ogni mattina pronti a fronteggiare tutto, ma giustificare nulla. La speranza, ahimè, amici napoletani per bene, è forse quell'unico padiglione non andato distrutto nel rogo dell'altra notte. E' quella voglia di affermare il sentimento ed abbattere l'ignoranza. E l'ignoranza è ignoranza sempre. E' l'ignoranza che ci vuole lavati col fuoco da un vulcano, ed è anche l'ignoranza di un fuoco appiccato artificialmente per sterminare un inestimabile ricchezza a vantaggio della peggiore delle povertà. TERRA MIA, citando Pino Daniele, così rivendicavano affettuosamente la fierezza nelle proprie origini 60 mila cuori venerdì allo stadio contro il nemico piemontese. TERRA BRUCIATA è ciò che vorrebbero fare di questa carta sporca dai mille colori nemici che abbiamo ogni giorno dall'interno e che piemontesi non sono di certo. Comportiamoci con coerenza amici napoletani, e combattiamo il nostro nemico con la stessa veemenza con la quale vorremmo vedere i nostri beniamini difendere una maglia azzurra. Noi e i nostri figli a città della scienza non potremo tornarci più, questo è assodato, ma non lasciamoci demolire quella speranza, non facciamo mortificare quell'orgoglio che tutti sentiamo forte tanto da commuoverci per una coreografia della curva B. Diciamo pur addio alla città della scienza, ma non lasciamoci tornare loro. Non lasciamo che riconquistino quella terra sacra, perchè sacro è il territtorio di chi ha sofferto ma non si è arreso. Un simbolo di una Napoli diversa è andato distrutto, ma città della scienza dovrà essere una causa per cui combattere, affinchè i fautori di tutto questo non ci infanghino ulteriormente agli occhi del mondo, ricostruendone sulle ceneri la città dell'ignoranza.

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