HARLEM GLOBETROTTERS: Un mito che diventa leggenda

29.04.2014 14:14

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I miti non nascono mai per caso, sono spesso frutto delle idee più improbabili e delle conquiste più esilaranti. La grandezza non si esprime attraverso canali predefiniti, piuttosto si irraggia a partire da piccole cose che fanno grande la storia dell’uomo. La storia, appunto, è in questo caso quella degli Harlem Globetrotters.

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il nome, divenuto poi leggenda, è quello del team più famoso di sempre da quando al mondo esistono gli sport di squadra. 
Siamo negli anni 20, Stati Uniti d’America: anni non facili per chi avesse avuto la colpa inespiabile di nascere nero. L’integrazione era un sogno ancora molto lontano e la popolazione di origine afro-americana veniva discriminata senza appello e distinzione. I diritti civili riconosciuti erano minimi e la povertà dilagava nei ghetti presso cui queste categorie vivevano segregate senza possibilità alcuna di ascensione sociale e di partecipazione attiva al sistema società. Persino lo sport, nei campionati nazionali di Basket e Baseball, era precluso categoricamente a chi avesse ereditato il “flagello” della pelle nera. 
I Globetrotters nacquero in questo contesto, dall’idea bizzarra di tale Abe Saperstein, ebreo di razza, promotore di spettacoli presso il teatro “Savoy Hall” di Chicago di professione. All’epoca, negli Stati Uniti d’America, la forma di intrattenimento principale era rappresentata dagli spettacoli di danza, che facevano registrare sold out di settimana in settimana nei teatri come quello del signor Saperstein. I ballerini acquisirono cotanto peso nella società di allora, che furono protagonisti vittoriosi di vere e proprie battaglie sindacali, come quella tramite cui ottennero il diritto a un tempo di intervallo tra un atto e l’altro degli spettacoli. Nei teatri americani, si cominciò così a pensare a come poter sfruttare questo tempo morto, onde scongiurare che gli spettatori potessero annoiarsi. Le band musicali sembravano poter essere la soluzione più gradita al pubblico, ma le richieste economiche si dimostrarono alla lunga proibitive, o quanto meno sconvenienti. Qualcuno allora pensò a degli incontri di Boxe, dal gusto non troppo raffinato e per questo spesso fuori luogo nel contesto dello spettacolo, oltre che poco in linea con le preferenze di quella categoria di pubblico. Veniamo quindi alla geniale idea di Saperstein che, al “Savoy Hall” di Chicago, pensa bene di montare due canestri e di disputare una partita improvvisata tra cinque giganti di colore, detti in primo luogo i “Five Savoy”, e 5 rappresentanti del pubblico  con in palio una posta da 100 dollari. I five savoy venivano lanciati in pasto ai presenti, quasi come dei gladiatori ai tempi degli anfiteatri, nel ruolo di veri e propri fenomeni da baraccone, messi lì con il solo obiettivo di poter essere derisi, in quanto neri, dalla folla. 
Non avevano fatto i conti però, con i futuri globetrotters, che manco a dirlo vincevano sistematicamente ogni partita. Soprattutto, furono geniali nel giocare in chiave autoironica con il proprio ruolo, interpretando il gioco del basket in modo circense e demenziale e dando così al pubblico, in forma evidentemente di protesta, proprio ciò che esso volesse, poter ridere a crepapelle delle loro gesta. Ben presto, lo show dei five Savoy, diventò più importante dello spettacolo di danza stesso, al punto che Saperstein scelse di lasciar perdere con il ballo ed iniziare a girare il mondo per godersi il successo della sua creatura. Nacquero così i globetrotters, alla lettera i “giramondo”, al cui nome fu poi accostato quello dell’Harlem, il quartiere nero più famoso del mondo sito a Manhattan, New York city. 
Non tutta la critica apprezzò l’espansione del fenomeno, soprattutto per la scarsa abitudine nel vedere un seguito così grande per qualcosa che avesse a che fare con la gente di colore. I globetrotters erano riusciti proprio in ciò che desideravano: nel bene e nel male che se ne parli, direbbe Oscar Wilde, e per tanto riuscirono, attraverso lo sport, a dare voce a quelle fette di milioni di individui della popolazione americana i cui diritti non erano ancora del tutto riconosciuti per il solo fatto di avere la pelle di un altro colore.
Negli anni 30, i Globetrotters cominciarono a giocare anche fuori dai teatri, iscrivendosi alla “Negro American Legion League”, una lega semi-professionista creata con una ben marcata distinzione razziale dai campionati canonici. In seguito ottennero anche l’iscrizione ai campionati professionistici, presso le leghe antenate dell’attuale NBA. Conquistarono anche dei titoli ufficiali, ma la propria attitudine, e lo dice il nome, era un’altra: girare il mondo e divertire la gente con la propria pallacanestro rivisitata in chiave illusionistica e spettacolare. Più che i Globetrotters ad ambire a competere nelle leghe professionistiche, furono col tempo i professionisti ad ambire a giocare almeno per un giorno con lo storico completino a stelle e strisce. Uno di quelli che vi riuscì, fu la leggenda dei Lakers Wilt Chamberlain, attuale detentore del record di punti (100) in una sola partita ufficiale del massimo campionato mondiale della palla a spicchi. L’ultimo a fare il salto dall’NBA ai giramondo, fu invece Jamario Moon, ex compagno di squadra  ai Toronto Raptors del nostro Andrea Bargnani. 
Oggi, circa 80 anni dopo, i Globetrotters sono il team che ha disputato il maggior numero di partite in giro per il mondo nella storia condivisa di tutti gli sport di squadra. Un fenomeno di caratura mondiale i cui numeri parlano chiaro: più di 20 mila partite, disputate nei più di 100 paesi visitati, non ultimo l’Italia, dove i ragazzi dell’Harlem torneranno a partire dal mese di Aprile. 20 mila partite all’insegna dello spettacolo, dello stunt-basket, dell’atletismo surreale, dell’interazione nello spettacolo della folla in visibilio, dei giochi di prestigio di cui soltanto loro possono essere capaci. Simbolo felice di una lotta al razzismo, che ancor oggi, quasi un secolo dopo, si combatte con risultati alterni in tutte le sedi, non ultimi i nostri impianti sportivi alla domenica.

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