"La musica piace a tutti"

19.09.2014 18:22

Sono diversi minuti che guardo questo foglio bianco, e non batto riga. Diversi giorni che apro vanamente questa pagina mosso da un'ispirazione fumosa, salvo poi richiuderla con un nulla di fatto. Mesi, che mi guardo attorno, e non vedo niente. Anni che faccio domande che non trovano risposte se non nell'istinto di smettere di farne. Vi siete mai chiesti perchè l'immaginario della morte ci dia tante ansie già da quando essa appare verosimilmente ancora lontana ma nonostante ciò gli anziani non crepano anzi tempo per gli attacchi di panico? E di perchè donne mettano al mondo secondi, terzi, quarti geniti dopo aver vissuto il trauma fisico di un primo parto? Semplice, perchè oltre all'arcobaleno che è per lo più un cimelio dell'immagine poetica della vita, dopo ogni tempesta nella realtà immanente regna il silenzio. Il tempo è morfina, non guarisce i contrasti ma ne anestetizza il peso sulla coscienza attraverso i principi attivi della dimenticanza. Il dolore si esaurisce nella reazione e poi nella rassegnazione, il rumore nel silenzio, il giorno nella notte e la notte nell'addormentamento che è la più vicina al quotidiano tra le tante metafore che si possono fare sul "non sentire". I tormenti degli esseri umani sfociano progressivamente in un'eterna sospensione del giudizio, in un'agnostica visione delle cose che da un lato non soddisfa mai nessuno e dall'altro ma 'chi se ne frega'. Giuro che c'ho provato a guardare il mondo con la fronte aggrottata, gli occhi socchiusi e concentrati, schiacciati sotto le sopracciglia arricciate. Con l'odio nel cuore, il formicolio negli arti ed il sangue che ribolle nelle vene, pugni chiusi, mani sudate. Facevo proclami, giuravo a me stesso e agli altri che non avrei dimenticato... Ma dimenticare che cosa?! Si mitizza la propria sofferenza e se ne fa un precedente per quella degli altri, si innalza la propria esperienza ad illegittimi valori supremi, ci si studia un ruolo e lo si interpreta a tavolino fino a diventarne schiavi, fino a non distinguere più il confine tra la verità e la propria "Shutter Island" personale. Ma che cos'è poi questa fatidica e proverbiale verità, se non un inconsapevole artificio frutto della vana e disperata sete umana di darsi un senso. Questa storia dello scrittore dannato devo riconoscere che mi abbia regalato un paio di scopate, colmando in un certo senso qualche carenza nella forma fisica e nel modo di pormi, una facile via d'uscita che sinceramente ha stancato anche me. Cosa non si fa pur di sentirsi vivi anche quando lo si è fino ad un certo punto, stupide mitizzazioni, storie di vita comune cucite sul petto come medaglie al valore che si aprono a carillon e suonano la fastidiosa melodia di una suoneria impostata come sveglia al mattino, dando nonostante tutto quei motivi per alzarsi dal letto credendo ancora in qualcosa. Castelli di sabbia, grattacieli oscillanti, presunti salti nel vuoto che in realtà hanno un mondo di gomma piuma sottostante a fare da raccordo tra un punto e l'altro. Ci si danna per essere speciali agli occhi degli altri, e se si fallisce, si cerca un escamotage per vedersi tali allo specchio dinanzi ai propri. Di escamotage poi ce ne sono tanti altri, come ad esempio donne immaginariamente impossibili che ti stancano nel giorno in cui un messaggio su whatsapp spazza via il prefisso "im" dalla concezione che hai (e che tu solo hai) di loro. Improbabili ed incoerenti nostalgie di momenti in cui avevi solo parole al miele, senza rendersi conto che a certi ricordi sono state rimosse le bestemmie, come intercettazioni telefoniche strumentalizzate, costruite attraverso un mosaico non reale in cui si riportano solo i tasselli interessati fino a formare insiemi che non rispecchiano affatto la realtà, ma che al contrario tutt'al più la rovesciano. Sono stanco di tutto ciò, di questa mediocrità perenne e degli affannosi e inconsistenti tentativi di soffocarla, tirandosela un po' qua e un po' là come una coperta troppo corta. Ora nei miei occhi non c'è più quel fuoco, quella voglia di scrutare, di capire, che definivo addirittura artistica con fiumi e fiumi di presunzione. Ora quegli non sono più socchiusi e concentrati, ma spalancati ed impassibili, che potrebbe esserci un genocidio di massa davanti ad essi e l'immagine non arriverebbe ugualmente al cuore, scollegati da ogni tipo di emozione, grandi fino a dilatarsi, vuoti fino a sentirne il vento che li accarezza, irritandoli, arrosendoli causando bruciore. Statico e neutro, sigaretta e accendino, dinanzi a tutto ciò che agli altri crea stupore e che a me crea stupore solo per il fatto che gliene crei. Così come osservo i sedicenti innamorati, loro i più tristi. Quelli che cercano conforto in entità trascendentali che sono, loro come me e come tutti, decisamente troppo piccoli, umili e limitati per poter solo pensare di provare a trascinare entro l'universo del realmente vissuto. Li guardo e provo a immedesimarmi ed è come provare a mettere al dito un anello troppo stretto che si blocca a metà strada e che spaventato corro a togliere via con il sapone. Gente che vive di compromessi assurdi, come se non bastassero già quelli a cui siamo dannatamente condannati dall'umana esistenza già soli con noi stessi senza dar conto ad altri. Eppure tra tanta indifferenza, impassibilità e scetticismo c'è un ricordo nei miei pensieri di quelli che ti porterebbero sulle prime a dire "ne è valsa la pena". Quella sensazione di poter anche scegliere di morire per qualcun altro, provata una volta nella vita, sensazione che se oggi provassi a immaginare di rivivere mi ritroverei con prurito e conati di vomito. Ricordo che un giorno discutevo animatamente con quella persona, la accusavo di essere vuota, priva di colore, di quanto fosse ripugnante il fatto che lei non avesse interessi profondi oltre ai più effimeri, e quando lei provò a difendersi rigirandomi la questione, oltre alle solite cose, le risposi "La musica". Lei mi guardò come fossi un cretino e senza alcun rimorso nel farmelo notare, con sguardo attonito e inaudita semplicità mi disse: "Ma la musica piace a tutti Andrè".

 

A suo tempo la accusai di superficialità e deprimente "spensieratezza" per questo tipo di commento. Come se lei non ci arrivasse, come se lei non capisse, come se non potesse mai appartenere a questo mio intenso mondo dell'anima! Ma in fin dei conti cosa c'è da capire? Dove c'è da arrivare? Oggi, mi rendo conto che aveva ragione.. non c'è niente di speciale in fondo, la musica piace veramente a tutti.

Dentro siamo vuoti, e ci circondiamo di vuoto per tentare di dimenticarlo.

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