L'incapace scalatore di talento

05.09.2013 18:50

C’era un tale, non so dove o quando ma vi giuro che c’era. Era ambiguo e solitario, ma aveva talento da vendere. Non aveva un impiego fisso, faceva un po’ di tutto e un po’ di niente. Appena avesse qualche ora a disposizione però, amava fare sempre la stessa cosa: era uno scalatore. Non scalava montagne, certo che no. Provò diverse volte a spiegarmi quale fosse precisamente il palcoscenico di queste sue umili imprese. Parlava di una catena, di un groviglio di mura, di sassi, d’acciaio, di filo spinato, di arbusti colorati un intreccio di componenti tra loro inassimilabili in natura ed in artificio, scenari inimmaginabili impossibili da concepire, storie impossibili da credere, non lo capivo, non riuscivo a focalizzare di cosa potesse mai trattarsi, o forse era lui, che neanche sapeva egli stesso di cosa accidenti andasse a raccontare. Era tutto vero però. Non l’ho visto, nessuno l’ha mai visto, ma posso giurarvi che è vero. Lo strano muro su cui si districava con il suo immenso talento, diceva si ergesse in un ambiente a lui molto intimo, appena fuori il suo giardino. Posava sul cristallo, diceva lui. La mastodontica ed improbabile massa era in equilibrio su una piattaforma di cristallo, proprio come lui era in equilibrio su di essa. Ovvio che nessuno fosse mai stato ospite a casa sua, troppo facile altrimenti non trovate? Si narra che lo fecero soltanto due donne, a distanza di 3 anni l’una dall’altra. La prima era talmente a suo agio nel suo giardino fatato, che quasi la vide come una minaccia. La mandò via. Alla seconda parve di essere atterrata su un pianeta alieno, ma accettò la sfida. Lui ne andava matto proprio per quello, per l’elemento di novità con cui il suo sangue sfavillante squarciava di abbagli di vita vera la sua buia dimensione. Lei non capiva che era proprio la propria inadeguatezza a causare il godimento di lui. Così provò ad ambientarsi e sembrò riuscirci per un po’. Poi però, la decontestualizzazione della sua anima in quell’universo si materializzò nel suo cuore nelle sembianze di una sanguisuga che lentamente le andava assorbendo il piacere di vivere. Il tale era al parco con noi quando la seconda donna, assicuratasi che nessuno la stesse osservando e che tutti fuori la stessero aspettando, trovò finalmente il coraggio meschino di fuggire via.
Ci incontravamo spesso al parco per giocare con il pallone. Non era bravo nel gioco, ma amava farlo quasi quanto arrampicarsi sugli specchi rocciosi di casa sua. Capitava spesso a quei tempi che il pallone si perdesse su un albero. Conoscendo la sua fama di scalatore lo invitavamo a recuperarlo e lui provava a cimentarsi seppure  visibilmente contrariato dalle nostre insistenti richieste. La cosa più buffa, era che non vi riuscisse! Rideva imbarazzato prima di protrarre le mani verso i rami più vicini. Poi Scivolava, inciampava, cadeva, batteva a terra con forza. Non si faceva male, lui aveva la schiena di ferro. No non è una metafora, era di ferro sul serio. Se non fosse stato così l’avremmo visto morire sotto i nostri occhi, ma lui non morì mai, o almeno nessuno lo vide mai morire. Era uno scalatore però. Ne era certo e tutti gli andavano effettivamente riconoscendo questo talento immenso che mai aveva però dimostrato. Quel giorno si narra che tornò a casa con la testa bassa . Avrebbe mandato via la seconda donna, se solo l’avesse trovata. Si narra che indossava le scarpe di sempre. Non quelle da scalatore, quelle non le vide mai nessuno. Bensì le scarpe che indossò per ogni giorno della sua vita e non erano adatte affatto per scalare! Cominciò la sua scalata con una vena diversa, non si trattava più di cosa amasse fare. Non c’era effettivamente più tempo nella sua vita per ciò che nel suo intimo complesso ed intrigante amava fare. Si trattava di iniziare una vita nuova, scalando lo stesso muro fatato ma mosso dalle pressioni esterne, dalla voglia di dimostrare il suo talento alla seconda donna, anche alla prima, soprattutto a noi al parco e ai nostri amici e agli amici dei nostri amici. Quella voglia in realtà non ce l’aveva. Il muro fatato si inasprì, divento un macigno. Sembrò rovesciarsi tutto. Sembrò che ora era il monte a scalare lui, sovrastandolo. Le scarpe cedettero e cadde giù dal punto più alto, anche se quel monte non aveva un punto più alto, era tutto alto uguale. Non pensate che la sua schiena cedette. Non cedette neanche quella volta. Cedette però il pavimento, il cristallo su cui aveva posato le sue speranze. Precipitò per mesi nel vuoto lasciato dalla terra che non aveva più sotto i piedi e che in realtà sotto i piedi non aveva mai avuto,a meno che non si consideri terra un involucro di cristallo. Si abituò al vuoto. Mangiava, beveva, addirittura dormiva mentre volteggiava assorbito dalla gravità attrattiva del centro vuoto del suo essere. La caduta liberà finì, batte la schiena ancora una volta e ancora una volta essa non cedette! Passò un mese a girare nervoso in lungo e in largo per il burrone, con i piedi saldi a terra questa volta. Il mese successivo lo passò a giocare a calcio con i sassi che vi trovò. Il mese successivo trovò uno strano animale e lo accudì. Il mese successivo gli morì sotto gli occhi. Mesi e ancora mesi dopo, quando aveva ormai dimenticato il sapore del pane, il calore del sole, il profumo del mare, continuò a chiedersi cosa mai gli fosse rimasto di un passato così agonizzato per nulla, quanto tempo aveva in effetti sprecato nel suo giardino. Cominciò a chiedersi cosa gli fosse rimasto di quei pochi attimi di vita reale. Ma certo: le scarpe! Quelle che tutti gli sconsigliavano per scalare e che invece improvvisamente sembravano essere le più adatte per farlo! Si arrampicò per mesi: che gioia la risalita dopo aver battuto il culo sul suolo del fondo che più fondo non si può. Si narra che passarono altri mesi prima di riuscire a rivedere la luce del sole. Solo uno sforzo, solo un piccolissimo dannatissimo sforzo. Gli tornò in mente il mondo lì fuori, o meglio lì sopra. Gli tornò in mente il sapore dell'amido, il calore di una donna che brucia di passione, le risa degli amici e il ghigno dei nemici, categorie di persone che ancora non era mai riuscito a distinguere con chiarezza tra loro. Giunto agli ultimi istanti della sua risalita, il sole gli accecò gli occhi, costringendolo ad abbassare la testa dopo che per un anno era stato costretto a guardare tutto necessariamente dal basso verso l’alto. Dal fondo dell’inimmaginabile traforo vide salire un vento gelido e palpabile che gli penetrò nelle vene appesantendone gli arti. Erano il peso e la fatica della risalita. Dall’alto però il sole faceva lo stesso, scottandolo del bruciore del rimpianto e dell’angoscia del ritorno. Le scarpe tendevano a dimostrarsi nuovamente difettose man mano che provava a salire oltre, o forse era lui che sbagliava il modo di puntare il piede, trasformandosi improvvisamente nell’incapace fallito di quando provava a raccogliere il pallone sull’albero. Si narra che da tutta e per tutta l’eternità adesso è fermo in quel punto. Forse a meditare su quale sia il male minore. Forse in attesa di trovare i motivi (che lo conducano), a cercare le ragioni (che possano), provare a indicargli la strada (per poi aiutarlo), a indovinare (forse) quale sia la scelta più giusta (da fare). O più probabilmente è fermo lì con la consapevolezza di aver trovato l’unica ideale collocazione del suo talento così immenso dal non riuscire a liberarsi dalla stretta di se stesso e ad umanamente dimostrarsi. D’altronde era sereno e soddisfatto, lì a crogiolarsi nella sua dimensione congenita: sospeso nel nulla a un passo da tutto. A un passo da tutto, sospeso nel nulla.

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