trecentosessantacinque

13.08.2013 12:05

Rompo il silenzio di questo blog andato perduto, perchè il rancore e l'inquietudine di quei ricordi non ha ancora mai taciuto dentro me e spero che mai lo farà.
Trecentosessantacinque giorni sono esperienza gestibile in un palmo di una mano per un essere umano, che nell'arco della sua esistenza ne osserverà al massimo un'ottantina di ripetute, senza riuscire a conservarne il ricordo di più della metà, nel giorno in cui si spegne. Tuttavia è possibile che un anziano prossimo al tracollo abbia ancora un'immagine tangibile del giorno delle proprie nozze, del suo esame di maturità, o di quello in cui si è patentato, ignorando semmai con quali pietanze fosse stato allestito il suo ultimo pasto. La selezione dei ricordi è Darwiniana e naturale, la memoria non è altro che una bacheca in sughero sulla quale può sperare di rimanere affisso esclusivamente ciò che è stato impresso ed inchiodato, perchè ciò che vi viene semplicemente appoggiato, alla lunga, se lo porta via il vento. Accade in un secondo, se la finestra della stanza dovesse essere aperta, in poco più, qulora non lo fosse. Ma ad ogni modo prima o poi accade.
Benchè nulla di ciò che io abbia vissuto negli ultimi trecentosessantacinque giorni sia degno di un posto in bacheca, ne porto ugualmente sulle spalle la squallida sintesi. Un peso immane, ma soddisfacente. Assomiglia alla sensazione che si prova nel sollevare un bilanciere in palestra, quando anche sentire le ossa rotte diventa un'esperienza godereccia nell'ottica più ampia dell'allenamento su se stessi, che corpo, mente, o anima che sia, fa sempre questo effetto. Non saprei raccontarvi di un solo giorno, di questi ultimi trecentosessantacinque; non saprei raccontarvi neanche di questa mattina, a dire il vero. Ma saprei comporre 24 ipotetiche ore in un rassunto di sporadici episodi, che, quello si, è stato trapanato, più che affisso, alla bacheca. Con un fisher al posto della classica punessa, tanto da creare uno squarcio sullo sfondo e fare il vuoto attorno. Perchè è questa effettivamente la concezione che mi resta di quest'ultimo anno. 24 lunghissime ore, buie e interminabili, vissute tra il rimorso verso il giorno prima, e l'attesa spasmodica del giorno dopo. Un domani che a forza di attendere in vano comincio a chiedermi se non sia in realtà soltanto una mia illusione virtuale che mai si tramuterà in realtà, perchè se ieri per me è ancora oggi, razionalmente non vedo perchè oggi non debba essere anche domani, dopo essere stato anche domani già per trecentossesantacinque volte. Ricordo delle prime notti, a girare da solo come un'anima in pena, in ansia, paura, solitudine, aspettando una telefonata da chi giurava di amarmi soltanto pochi giorni prima. A chiedermi a che ora sarebbe finalmente rientrata a casa, mentre fuori sorgeva già il sole ed il sonno mi aveva abbandonato, a quando l'avrei mai rivista. 100 sigarette alla finestra di una casa nuova, che per quanto mi abbia accolto bene, e per quanto ormai sia più o meno il mio nuovo habitat, certamente all'epoca non era casa mia. Ricordo del gelo in quel furgone alle 3 del mattino, quando ormai invece il sonno era anche troppo. Dei guasti che mi lasciavano a tremare per ore lungo la corsia d'emergenza di un'autostrada, nelle notti in cui alzarmi era impossibile, sfiancato com'ero dalla stanchezza fisica e psicologica. Di quando i pacchi erano troppo pesanti e non riuscivo a mantenerli, e poi scivolava qualcosa, e poi cadeva un documento, e poi mi prudevano gli occhi e mi dicevo non ce la faccio, non ce la faccio più. Di quando tutti erano a ballare, ed io a provare a snodare il mio intestino come fossero lacci di scarpe. Ricordo uno dei primi giorni che ero qui, ancora senza lavoro passavo i pomeriggi in spiaggia. Arrivai a chiedere a un ragazzo se servisse qualcuno per la partita di beach volley, per sentirmi rispondere "no grazie". Giuro che di queste umiliazioni ne ho avuto tante, e non ne ho scordata neanche una. Ma perchè mi hanno abbandonato a questo? Chi è causa dei suoi malii pianga se stesso, si dice giustamente. E sono anche d'accordo. Magari non tutto, ma molto di ciò che mi son trovato a vivere me lo son cercato. Ma non è tanto questo il punto. Un anno fa ho lasciato la mia città, ma solo due giorni dopo sono arrivato qui, fuggendo dallo schifo che ho dovuto vedere sotto i miei occhi nell'ambito della prima destinazione del mio allontanamento, dove pensavo di trovare braccia aperte e ci ho trovato solo cosce. Ma poi perchè mi è stata lasciata soltanto questa come unica possbilità? Oh e vi giuro che io l'ho vista, eccome se l'ho vista, la sofferenza negli occhi delle persone. Gli stessi che hanno giudicato le mie azioni, snobato i miei dolori, semplificato i miei dubbi. Giuro di averli visti fare le stesse cose, patire le stesse pene, e porsi le stesse domande. Ricordo di averli visti addirittura piangere per mali minori. Li ho vistri trovare via d'uscita nella distrazione mondana, nel buttarsi tra la folla, ed io ero lì, a passare la birra, a passare la canna. Io non rimungino per ciò che ho dovuto vivere, lo faccio per come mi si è lasciato da solo a farlo. Quando mancava una donna, quando mancavano i soldi, quando tutto andava storto, perchè a me la canna nessuno l'ha passata mai? Perchè a me non mi hanno portato a ballare? Perchè non mi sono venuti a prendere nel bel mezzo del pianto, facendo magari un incidente con la smart per portarmi via dalle persone sbagliate? Forse perchè quelle persone sbagliate magari erano proprio loro negli stessi panni di quelli da cui in passato provai a proteggerli? Tornando un pò a quanto ho detto prima, non so se questa concezione di perenne provvisiorietà del mio presente sia soltanto una mia proiezione poco reale. Molto probabilmente nulla sarà più lo stesso, e solo ora comincio veramente a realizzarlo. Molto probabilmente di provvisorio non c'è nulla, e questa dimensione di solitudine e disagio sarà il mio contesto a lungo, forse per sempre, non essendo mai io stato capace di adattarmi, ed essendo collocabile esclusivamente nella schiera degli "sconfitti dai destini scritti" (raige). Ma se dovesse per puro caso non essere così. Se ci dovesse essere per me una sola possibilità su mille di una via d'uscita inaspettata, di una strada salvifica, di un domani diverso. Se dovessi un giorno tornare ad avere un peso temibile su quella realtà che mi ha declassato. Se qualcosa del genere dovesse mai accadere, spero di non aver nel frattempo dimenticato tutto questo. Spero di poterlo ricordare a vita, e sono molto ottimista a riguardo. Perchè di quelle 24 ore di sintesi, barra trecentosessantacinque giorni, non dimenticherò facilmente, non dimenticherò un cazzo. E questo fa tutta la differenza del mondo.

Never give up, but never forget.

 

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